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Archivio mensile Marzo 28, 2020

Perché le persone usano la pornografia?

Il massiccio utilizzo di materiale pornografico nella società attuale, porta inevitabilmente a interrogarsi su quali siano le motivazioni che spingono adulti e giovani adulti a ricorrere alla pornografia. Le ragioni e i significati pratici possono essere diversi, a seconda delle esigenze individuali e/o di coppia e della fase di vita che la persona sta attraversando. Il ricorso a materiale erotico può essere intenso o acquisire caratteristiche episodiche a carattere prevalentemente esploratorio e ludico. In generale, le motivazioni che spingono all’uso della pornografia online possono essere di tre tipi:

Funzione LUDICA

Innanzitutto il porno può essere utilizzato per fantasticare ed eccitarsi sessualmente. Diversi studi rilevano che la gratificazione sessuale è il motivo più frequente per il coinvolgimento della pornografia e che viene spesso consumata per scopi piacevoli. Per la maggior parte degli uomini la pornografia è un modo semplice per rilassarsi fisicamente, eccitarsi e raggiungere la soddisfazione sessuale, attraverso la masturbazione, mentre guardano il contenuto pornografico o subito dopo. Il porno allarga gli orizzonti della sperimentazione, della curiosità e del desiderio.

Esso stimola la fantasia, permettendo all’utente di costruire il proprio film, con riscritture personali e soggettive, a partire dagli stimoli ottenuti da ciò che sta visionando. Inoltre sollecita a scoprire inclinazioni e piaceri ai quali il soggetto non aveva mai pensato in precedenza. Attraverso il porno l’utente può proiettarsi sui personaggi coinvolti nella scena, immaginando di essere al posto loro. Il ‘divo porno’ possiede caratteristiche fisiche e prestanti eccezionali, che lusingano l’utente e favoriscono l’immedesimazione, consentendogli in questo modo di sopperire a eventuali incertezze e difficoltà.

Nel mondo della pornografia non si applica nessuna restrizione: gli uomini possono guardare qualsiasi donna, nel modo e per il tempo che desiderano, senza il rischio di essere respinti, come spesso accade nella realtà. Nel porno la donna tratta l’uomo nella maniera in cui lui desidera e questo conferisce all’uomo un senso di potere, forza, controllo e virilità, contro l’insicurezza, le paure e la perdita di controllo che caratterizzano le relazioni nel mondo reale.

La pornografia rappresenta in questo senso un porto sicuro entro il quale gli uomini possono ancora dominare indisturbati. Al tempo stesso però, le capacità e l’infallibilità del divo possono divenire un freno ed una minaccia al processo di identificazione: lo spettatore infatti può riconoscere di non possedere le abilità richieste all’eroe e che di conseguenza non può neanche ambire a entrare nelle grazie delle ‘pornoattrici’, le cui caratteristiche fisiche ed erotiche sono a disposizione solo di chi sia alla loro altezza.

E ciò può causare un senso di frustrazione e inadeguatezza in ragazzi e ragazze che non hanno le competenze per comprendere gli elementi di finzione e di forzatura nascosti nel materiale pornografico. Moltiplicando fantasie, il porno può quindi moltiplicare anche le frustrazioni: l’utente può solo vedere e immaginare, ma non può agire. Inoltre il contatto con infiniti generi sessuali può essere fonte di eccitazione, ma anche di interrogativi e domande su di sé, su cosa sia la normalità rispetto ai canoni sociali previsti.

 

Funzione INFORMATIVA

Un’altra funzione riconosciuta al porno che ricorre nell’esperienza di molti. Il porno risponde all’esigenza comune di ragazzi e ragazze di affrontare “la prima volta”, offrendo la possibilità di vedere in concreto “come si fa”. Arrivare preparati e mostrarsi capaci e informati in campo sessuale risulta per loro molto importante. Guardare porno consente di discriminare dal punto di vista soggettivo ciò che piace e ciò che non piace, di immaginare sviluppi possibili per la propria sessualità ed evitare situazioni spiacevoli o inopportune quando ci si ritroverà a viverle nella realtà.

Ed anche dopo aver superato lo scoglio della prima volta, il porno continua a mantenere la sua funzione di istruttore riguardo a pratiche e orientamenti non comuni che incuriosiscono e attraggono, fornendo a chi lo utilizza una cultura sessuale ampia e variegata, un’erudizione personale enciclopedica in tema di sessualità. È ormai presumibile, con approssimazione di errore molto bassa, che la quasi totalità degli adolescenti e dei giovani maschi di ogni parte del mondo raggiunta da internet si socializzino alla sessualità anche, e a volte soprattutto, attraverso materiali pornografici resi disponibili gratuitamente in rete. Ciò è vero anche in Italia,  dove alla scarsa confidenza tra genitori e figli relativamente alle discussioni intorno al tema della sessualità, e alla mancanza di educazione sessuale nelle scuole, sopperisce la pornografia che svolge un importante ruolo di informatore scientifico sulla sessualità.

Tuttavia l’imparare dalla pornografia porta con sé alcuni rischi: perdere di vista la dimensione affettiva e relazionale per privilegiare quella sessuale; venire a conoscenza di pratiche che si possono trovare eccitanti, ma che rimangono confinate alla  dimensione del desiderio, poiché non si ha modo di tradurle in esperienze concrete; trattare ogni atto sessuale ritratto nella pornografia come un caso di sessualità esemplare, cioè pensare che ciò che funziona nel porno, funzioni anche nel mondo reale e questo porta a crearsi aspettative irrealistiche sulla realtà, oggettivare il ruolo della partner come alternativa equivalente al porno, riproducendo stereotipi di genere molto radicati.

Funzione COMPENSATIVA

Infine, il porno viene utilizzato da molti ragazzi per sostituire l’attività sessuale che in un dato momento e per svariate ragioni è venuta a mancare o che non è ancora stata sperimentata. Inoltre il porno viene utilizzato per fantasticare anche quando si è coinvolti in un rapporto stabile di coppia, ma si vogliono compensare bisogni e voglie di pura fantasia, sperimentando per via ludica e immaginifica pratiche sessuali che si trovano particolarmente eccitanti, ma che non si oserebbe proporre nella realtà.

Queste necessità legittimano l’utilizzo del porno per compensare e soddisfare ciò che i ragazzi chiamano “esigenza maschile”. Anche in questo caso però il consumo di pornografia può comportare effetti negativi: la scelta facile e sicura del porno può portare i ragazzi a preferire il sesso virtuale alla realtà, distogliendoli dall’opportunità di conoscere persone e avviare relazioni reali, con tutti gli sforzi e gli investimenti di tempo e denaro che queste comportano. Per non parlare dei possibili rifiuti e frustrazioni. Nel porno non ci sono rischi, intoppi o pericoli, un vero rifugio dalla vita reale. Il rischio però è che spesso diventa difficile distinguere tra fantasia e realtà.

Articolo scritto con il contributo della Dott.ssa Natalina Di Pilato

Bibliografia

Bonato, I. (2017). Il consumo di pornografia in preadolescenza: problemi e prospettive educative. Dottorato di ricerca in scienze pedagogiche, università di Bologna.

Paul, P. (2007). Pornopotere. Come l’industria porno sta trasformando la nostra vita Trad. Romeo, A. (a cura di). Grandi & Associati. Milano: Orme editori.

Stella, R. (2016). Corpi virtuali, una ricerca sugli usi erotici del web. Milano-Udine: Mimesis Media/Eros.

Stella, R. (2018). Porn culture, embodied experiences and knowledge of sexual practices. Sexualities, 0, 0, 1–17.

 

Immagine: The Flood (particolare)

L’ansia da prestazione sessuale

Se ne parla tanto ma cosa si intende per ansia da prestazione sessuale? Proverò a definirla facendomi aiutare da una metafora. Immaginate di avere due amici che ogni tanto vi invitano a cena. Il primo, voi pensate, quando vi invita si aspetta che voi mangiate tutto: antipasto, primo, secondo, contorno, dolce, frutta, caffè e ammazza caffè. Il secondo, voi pensate, vi lascia liberi di mangiare quello che desiderate. Con chi uscireste più spesso? Non è difficile immaginare che la scelta più ovvia sia propendere per il secondo amico, quello che pensate vi lasci liberi di scegliere ciò che più desiderate, ciò che sentite di poter mangiare secondo la vostra fame ed il vostro gusto del momento.

Non lasciarmi mai, dipendo dal tuo cuore

Quella affettiva è una delle dipendenze meno tangibili: la persona non è dipendente da una macchina, dalla bottiglia o da una droga; dipende da un cuore, da una speranza, da una presenza. Quando l’essere umano amato scompare, il dipendente affettivo si ritrova in piena astinenza e in balia dei flutti: tutto il suo essere è alla deriva, in un’angoscia emotiva che gli fa vivere il martirio.

La persona dipendente non è assolutamente in grado di uscire da una relazione anche se ammette che la relazione stessa è senza speranza, insoddisfacente, umiliante e spesso autodistruttiva. Inoltre, sviluppa una vera e propria sintomatologia come ansia generalizzata, depressione, insonnia, inappetenza, malinconia ed idee ossessive.

La dipendenza affettiva è una modalità relazionale in cui la persona si rivolge continuamente agli altri per essere aiutata, guidata, sostenuta. La persona dipendente, avendo una scarsa fiducia in sé stessa, fonda la propria autostima sulla rassicurazione, sull’approvazione altrui ed è incapace di prendere decisioni senza incoraggiamento esterno. E’ una inclinazione a delegare parti significative della propria personalità ad altri in cambio di una garanzia affettiva e di una rassicurazione.

È una condizione di assoluta dedizione all’altro che determina la progressiva riduzione dei propri spazi d’indipendenza, implica il disinteresse per tutto quanto non riguardi l’oggetto d’amore e la chiusura nel rapporto di coppia. Chi soffre di questa forma di dipendenza vive come pericolo ogni altro rapporto ed è ossessionato dall’idea di perdere il partner.

L’allontanamento temporaneo della persona amata causa un’enorme sofferenza e, in alcuni casi, eccessi di gelosia, che possono sfociare in violenza fisica o verbale, o in episodi depressivi. Chi è affetto da dipendenza affettiva non riesce a cogliere ed a beneficiare dell’amore nella sua profondità ed intimità. Al contrario quello che ricerca è un piacere immediato, l’alleviamento di una tensione o il superamento di un’insicurezza. Una volta raggiunto l’appagamento, esso risulta così tranquillizzante, liberatorio che si ha voglia di rivivere e innescare tutto il percorso. Il partner, i sentimenti e la relazione in sé vengono vissuti come oggetti di piacere immediato.

Chi è la persona con dipendenza affettiva?

La persona con dipendenza affettiva presenta una scarsa autostima e fiducia in sé stessa. Convinta di non meritare di essere amata, vive costantemente nella paura di non piacere, teme la solitudine, accetta di fare qualunque cosa per l’altro anche se questa va contro i suoi valori. Un complesso di inferiorità che induce la persona ad asservirsi e, talvolta, a tollerare l’intollerabile per conservare quel poco d’amore che è riuscita a strappare. Giacché fa fatica a porre dei limiti, nutre una paura viscerale di essere abbandonata. La sua libertà viene delegata a qualcun altro. Si mette sotto la tutela di questo il quale acquisisce un forte potere. Troppo occupata a ricercare fuori di sé ciò che crede di non trovare dentro, la persona si interessa poco a sé stessa fino a negare la propria identità ponendo la responsabilità della propria vita nelle mani di terzi rendendolo spettatore della propria esistenza.

La caratteristica prevalente di queste persone sembra essere una costante sfiducia in sé stessi ed una percezione di una enorme insicurezza personale e sociale. Permettono passivamente che gli altri dirigano quasi completamente la sua vita e non avanzano richieste per timore di compromettere queste relazioni considerate probabilmente protettive, delle vere e proprie ancore di salvezza. Si manifesta inoltre una difficoltà a prendere decisioni importanti; tipica la richiesta di continue ed eccessive rassicurazioni a persone significative. Questa caratteristica non rende le persone dipendenti in grado di prendersi cura di sé stesse senza che sia qualcun altro a farlo. Si considerano inadeguati ed indifesi e, pertanto, si potrebbero percepire come incapaci di affrontare il mondo e la vita con le proprie forze. Ricercano in genere relazioni strette soprattutto con qualcuno che sembra in grado di affrontare la vita, che li protegga e che si prenda cura di loro. Cedono, in altri termini, le proprie responsabilità in cambio di cure. Pur di compiacere l’altro significativo ed evitare il conflitto evitano ogni forma di controversia. Nel caso in cui la relazione dipendente finisse potrebbe esserci una sorta di sentimento di disgregazione con tendenza alla depressione e, l’unica alternativa, sembrerebbe essere trovare quasi immediatamente una sorta di rimpiazzo, una figura affiliativa nuova con cui ristabilire un legame appunto dipendente.

Alle origini della personalità dipendente c’è una famiglia deficitaria

Che si tratti di esperienze di rifiuto nel cortile della scuola, di umiliazioni subite da pari, di un ambiente familiare carente, di esperienze reali o temute di abbandono, è chiaro che il bambino è un essere molto vulnerabile e permeabile a diverse ferite. Forse il modo migliore per arrivare a capire il significato della dipendenza affettiva è riconoscere che in alcuni tipi di famiglia i bisogni emotivi non vengono riconosciuti. Bisogni emotivi che non sono solo il bisogno d’amore e di affetto ma accettazione e convalida delle percezioni e dei sentimenti che non possono essere ignorati.

La dipendenza affettiva deriva da diversi fattori, di cui il principale è un ambiente familiare deficitario. In questo tipo di famiglia, per la maggior parte del tempo, non vi è interazione fra figli e genitori. L’essenziale di ciò che viene trasmesso sono messaggi, verbali e non verbali, negativi. I bambini cresciuti in queste famiglie non acquisiscono un’autonomia affettiva, divengono incapaci di stabilire relazioni interpersonali stimolanti a partire dalle proprie risorse. Da adulti cercheranno l’approvazione e la valorizzazione per fondare la stima di sé, ambiranno a legami affettivi con persone che le ammireranno e gli permetteranno di svelare qualità proprie e risorse nascoste.

I bambini, i cui bisogni d’amore rimangono non riconosciuti, possono adattarsi imparando a limitare le loro aspettative. Questo processo di limitazione può portare al formarsi di pensieri del tipo: “i miei bisogni non contano” o “non sono degno di essere amato”. Da adulti dipenderanno dagli altri per quanto concerne la cura di se stessi e la soluzione dei loro problemi, temono di essere respinti, rifuggono il dolore, non hanno fiducia nelle loro abilità e si giudicheranno persone non degne d’amore. Ricerche condotte sul rapporto tra attaccamento infantile, adulto e dipendenza rilevano la provenienza dei soggetti dipendenti da famiglie con figure parentali iperprotettive o autoritarie il cui clima interno, carico di ansia, trasmette un messaggio di pericolosità e di perdita affettiva al bambino riguardo l’autonomia e l’esplorazione del mondo.

Come uscire dalla dipendenza affettiva

L‘obiettivo del processo terapeutico è rappresentato dall’acquisizione di consapevolezza puntando poi sulla riscoperta, sulla conoscenza di sé, lavorando sui livelli affettivi, sul proprio vissuto, ma soprattutto sul proprio potenziale emotivo. E’ la scoperta di una fragilità che coesiste con una forza in grado di permettere la visione del sé reale e la capacità di poter migliorare la propria vita, riconoscendo le costrizioni subite ed aprendosi a nuove possibilità di scelta. E’ un lavoro di piccoli passi esclusivamente sui propri sentimenti e pensieri per mettere confini tra sé e gli altri. Questo processo guida la persona ad una maggiore comprensione di sé abbandonando un atteggiamento ipercritico e controllante. Aiuta a staccarsi dai modelli ricevuti per aderire nella vita ai propri valori. Infine vi è l’assunzione su se stesso del proprio benessere.

Nel corso della terapia, qualunque sia l’indirizzo teorico, un terapeuta e un paziente dipendente sperimentano sempre l’avvicinamento e l’allontanamento, la sicurezza e l’insicurezza. La capacità di tollerare la mancanza, la delusione, l’abbandono. Il vuoto sarà messo alla prova, ad esempio, da una domanda lasciata senza risposta, da un silenzio pesante e angosciante, dal ritardo di un appuntamento, da un’assenza imprevista, da una seduta finita in modo frustrante, da una stasi difficile da accettare, dal mancato raggiungimento di un obiettivo. Solo così facendo il paziente sarà in grado di lavorare sulla propria capacità di controllare e di dominare le paure, di fidarsi senza lasciarsi andare completamente alla passività, di concedersi di sperimentare delle soluzioni imperfette per evitare impossibili idealizzazioni: in pratica di comportarsi un po’ meno peggio e di non convincersi di stare per annegare perché il mare è un po’ mosso.

Il percorso di guarigione è essenzialmente una via che permette di riprendere il controllo della propria vita. Controllo che possiamo esercitare prendendo coscienza dei propri bisogni e del proprio valore. E il miglior modo per farlo è quello di cambiare il destinatario della nostra generosità. Non si tratta di diventare egoisti ma, al contrario, di dimostrare equilibrio nei confronti di sé stessi e degli altri. Il suo apprendistato principale sarà l’autonomia che si trova all’altra estremità nello spettro della dipendenza affettiva. Dove essere autonomi non significa solo rispondere ai propri bisogni ma essere in grado di percepirli, di rimanere all’ascolto di sé, dei propri pensieri, di ciò che è importante, dei propri principi e di ciò che è veramente motivante. Invece di rimanere paralizzato dalla paura dell’abbandono, il dipendente affettivo dovrà correre dei rischi, osare e agire in prima persona là dove c’è movimento, cambiamento. Sperimentare così nuovi modi di essere, vedrà cose che non conosce, reagirà in maniera diversa e abbandonerà i sentieri battuti. Scegliere l’autonomia significa andare da qualche parte senza aspettare il permesso di qualcuno, significa prendere le proprie decisioni ed avere il coraggio di assumersene le responsabilità. Scegliere, osare, agire, farsi carico. E’ così che si riprende il controllo della propria vita.

Bibliografia

Deetjens M.C., Dire basta alla dipedenza affettiva. Imparare a credere in se stessi. Ed. Il Punto d’Incontro, Vicenza, 2006

Galimberti U., Dizionario di psicologia, Garzanti, Milano, 2006

Ghezzani G., quando l’amore è una schiavitù. Come uscire dalla dipendenza affettiva e raggiungere la maturità psicologica. Franco Angeli, Milano, 2006

Guerreschi C., La dipendenza affettiva. Ma si può anche morire d’amore? Franco Angeli, Milano, 2011

Valcarenghi M., Senza di te io non esisto. Dialogo sulla dipendenza amorosa. Bur Rizzoli, 2009

Immagine: Greatest Love (particolare)

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